Giovedì 14 novembre esce il mio libro su Facebook e Instagram
“Orpo, l’ennesimo libro su Facebook e Instagram?”
Sì, è decisamente un mercato denso di offerta di contenuti. Un po’ perché va di moda, un po’ perché secondo me abbiamo sviluppato in Italia un ottimo livello di conoscenza ed è giusto che ognuno racconti il proprio approccio.
Nel libro ho provato a essere il più onesto possibile, raccontandovi in prima persona l’approccio alla materia.
Questa è l’introduzione al libro e se volete acquistarlo online, lo trovate qui.
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Il libro che state per leggere racconta in prima persona la mia vita di advertiser e racconta di molti dei casi concreti di cui mi sono occupato io con la mia agenzia, Noiza.
Vi mostra i ragionamenti, le analisi, gli approcci alla materia nel modo più sincero (pure troppo) possibile, perché l’obiettivo è anche quello di portarvi nel mio dietro le quinte, con la presunzione che sia interessante e utile per migliorare le vostre performance.
A cosa serve un libro come questo? La speranza più grande è che vi faccia risparmiare un bel po’ di soldi, e ve ne faccia guadagnare tantissimi.
Evitando gli errori più grossolani, perché quelli li ho già fatti io e voi ve li potete risparmiare, provando a investire nel modo più corretto possibile.
Pensatelo come il libro di uno che ha passato gli ultimi 10 anni della propria vita a fare solo questo: investire un sacco di denaro su Facebook e Instagram e confrontarmi con colleghe e colleghi su come farlo al meglio. E adesso non vedo l’ora di raccontarvelo.
Vi chiedo solo una cortesia, ma non prendetela come una stramberia: prima di iniziare la lettura andate a dare un’occhiata alla postfazione di Alessandra Farabegoli nelle ultime pagine di questo libro. In poche righe c’è l’essenza del mio (nostro) approccio, una sorta di promessa che facciamo con voi lettrici e lettori di non fornirvi mai soluzioni ma di aiutarvi nel ragionamento su Facebook e Instagram. E una volta letta, fatemi sapere se ho rispettato questo patto.
Il libro comincia dalle cose facili, apparentemente basilari: per esempio, come fare pubblicità per una gelateria sui social. Ma le basi di una materia sono meravigliose perché ti fanno scoprire l’essenza delle cose e, anche quando si complicano, ti accorgi che comunque l’essenza rimane immutata come il DNA.
E quando ti trovi a gestire la pubblicità di un colosso come Benetton, non riesci a non pensare che quel meccanismo l’avevi progettato uguale uguale, quando ti occupavi di gelati e panna montata.
Nelle parti centrali scoprirete che l’ideale per cominciare a fare advertising è il proprio pubblico, qualcuno che è già cliente o che gravita attorno alla nostra azienda.
Solo allora impareremo bene ad allargare lo spettro del target, a raggiungere nuovo pubblico e proveremo a farlo nel modo più sostenibile possibile.
E al capitolo 4 vi arriverà un buffetto, un leggero pizzicotto per svegliarvi e accompagnarvi a riflettere su come i vostri post su Facebook e Instagram…facciano un po’ schifo.
Negli ultimi capitoli la lettura si farà più tecnica perché non posso tradire la mia natura ossessivo-compulsiva nel vedere migliorare ogni giorno le performance della pubblicità online con ottimizzazioni costanti. E le ottimizzazioni vi faranno sudare.
Ci sarà spazio anche per un’intervista che ho fortemente voluto ad Alessandro Gargiulo, perché quando si parla lanciare un e-commerce non potevo non chiamare in causa una delle belle più belle esperienze di marketing orientato alla vendita a cui io abbia mai assistito.
Poi ci sono 3 paginette finali che parlano di Instagram. Sì, solo tre e non sto scherzando.
Ma non vi agitate, è tutto sotto controllo.
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Apogeo ha organizzato a Milano, alla Fondazione Feltrinelli, un corso di Facebook Marketing, il 27 novembre. Un’intera giornata dedicata a Facebook, Instagram e alla pubblicità che funziona. Se vuoi curiosare, questo è il programma del corso.
La propensione all’acquisto online è in fortissima crescita. Le abitudini degli utenti si sono modificate in fretta grazie a numerosi fattori: semplificazione dei processi di pagamento, digital wallet per tutti i gusti, transazioni sempre più agevoli e rapide. Insomma, fare acquisti e pagamenti online è diventata un’abitudine comune per molti.
Questa abitudine a inviare denaro e pagamenti online si sta riflettendo in maniera significativa anche su un altro ambito: quello delle donazioni online, anch’esso in forte aumento.
Le organizzazioni non profit che lavorano nell’ambito della solidarietà sono consapevoli di questa enorme opportunità e nel corso degli ultimi anni si è visto un notevole impegno nel design, o redesign, di form di donazione con una particolare attenzione all’esperienza e al percorso dell’utente.
Il modulo di donazione originale, punto di partenza per il redesign.
Nell’ambito della nostra collaborazione con UNHCR (l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) abbiamo lavorato al redesign del loro form di donazione.
Nel corso di più di un anno abbiamo affrontato temi di vario genere: aspetti tecnologici legati alle transazioni, l’esperienza dell’utente che vuole donare, l’esperienza dell’editor che deve impostare una campagna di acquisizione. Vediamone i principali.
Il modulo rivisto completamente. In grande evidenza i bottoni di scelta dell’importo. (Large preview)
Redesign grafico
La necessità primaria dal punto di vista di layout è stata di rendere più efficace la comunicazione degli ask ovvero gli importi di donazione richiesti agli utenti. Associare un importo a un impegno ben preciso ha un effetto importante sul donatore che può rendersi conto del beneficio reale che la sua donazione potrà avere. Ad esempio 160 euro di donazione singola possono assicurare dell’acqua potabile a 20 bambini rifugiati.
Abbiamo implementato un sistema di icone ufficiali delle Nazioni Unite per le attività umanitarie di recente pubblicazione. Questo rende coerente l’esperienza sul sito con tutta la comunicazione ufficiale UNHCR.
Dettaglio dei bottoni di scelta. La maggior urgenza viene veicolata tramite un’etichetta dedicata.
La frequenza delle donazioni è stato un altro tema delicato: la divisione tra donazioni singole e regolari e l’ulteriore distinzione tra regolari mensili e regolari annuali è stato il risultato di un ragionamento approfondito rispetto alla semplificazione, eliminando concetti come trimestrale, semestrale che potrebbero risultare di non immediata comprensione. Particolare cura è stata data alla chiarezza espositiva, evitando così eventuali dark patterns – cioè interazioni progettate per indurre in errore gli utenti per fargli compiere un’azione che non vogliono fare – o formulazioni poco chiare che potessero interferire con la volontà di donazione dell’utente.
Animazione che evidenzia le differenti modalità di frequenza della donazione, ognuna con importi dedicati.
Particolare importanza ha avuto la possibilità di definire, per ogni tipo di donazione, quella ritenuta più urgente. Chi gestisce il sito ha così modo di “spingere” gli utenti in maniera più marcata verso una donazione di uno specifico importo.
Ogni campagna è una Landing Page
Nel ripensare la pagina della singola campagna abbiamo adottato una logica di landing page modulare. Con landing page intendiamo una pagina web costruita attorno all’obiettivo della conversione: la riduzione dei punti di uscita dell’utente dalla pagina, una call to action chiara ed evidente e un percorso semplificato sono funzionali al raggiungimento dell’obiettivo. In questo modo viene ridotta la frizione e vengono favorite le conversioni.
Nel caso di UNHCR abbiamo voluto dare la possibilità agli autori dei testi di essere autonomi: la procedura per la creazione delle landing page è modulare e permette di assemblare secondo le esigenze del caso la pagina stessa.
Diversi layout di pagine di donazione, totalmente in controllo dell’autore dei contenuti.
In quest’ottica, oltre agli aspetti relativi all’esperienza utente abbiamo lavorato anche per semplificare il lavoro di chi si occupa della creazione della pagina, che in gergo si definisce editor. Abbiamo scelto di dare all’autore del testo della campagna una notevole flessibilità editoriale, con la possibilità di scegliere tra numerosi layout distinti per quanto riguarda la testata, comprensivi di video in background o immagini full screen. Inoltre può scegliere tra numerosi blocchi di layout all’interno del corpo del testo principale.
L’editor ha una grande flessibilità editoriale: in questa immagine abbiamo due tipologie di testata che possono essere utilizzate per mettere in risalto un video.
Sviluppo tecnologico
Sono stati numerosi anche gli interventi che abbiamo effettuato a livello tecnologico: il sistema di donazione si interfaccia direttamente con un CRM terzo che permette la gestione avanzata di tutti gli aspetti relazionali. La tokenizzazione delle carte di credito permette il pagamento degli importi regolari mantenendo la totale sicurezza degli account utente.
L’approccio modulare, l’utilizzo di software open source e la definizione di un design system portano a due risultati. Il primo immediato: l’esperienza utente è più piacevole e le conversioni aumentano. Il secondo è di garantire la possibilità di evoluzioni e integrazioni future, con un orizzonte temporale più ampio.
Nel 2019 invece UNHCR ci ha incaricati di sviluppare il concept per la creazione di un regalo digitale dedicato ai donatori regolari nel giorno del loro compleanno (leggi l’articolo sul nostro blog).
Nel 2013 siamo agli albori della responsività. Qualche utente comincia ad avere lo smartphone e a navigare il sito da mobile, ma parliamo di numeri marginali. Per capirci: quasi nessuno ancora conosce la parola “selfie” (dovremo aspettare appena i premi Oscar del 2014 con il twittatissimo selfie di Ellen).
Nessuno effettua acquisti su Amazon da telefono, e il mio Nokia a conchiglia (il 2760) non sembra ancora perdere un colpo.
Il flat-design, lanciato (una volta tanto!) da Windows con il suo Windows 8, va per la maggiore.
Quarantenni e cinquantenni sono quasi del tutto assenti da Facebook.
Gli utenti non sono ancora così abituati a scrollare.
Il 4g è un lontano miraggio.
Le pagine non sono lunghe, pesano poco, e sono tante. Tutte organizzate in numerosi contenitori che strutturano la navigazione del sito.
E il 2013 è infine l’anno in cui il sito da cui partiamo per questo refactoring viene messo online.
Officina Pittini per la Formazione: il nostro caso studio
Nata nel 2003 esclusivamente come scuola aziendale, nel 2004 si apre al territorio: diventa ente accreditato dalla Direzione Formazione della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia e promuove percorsi formativi per privati e aziende.
In seguito a un importato progetto di rebranding, il Gruppo Pittini nel 2018 decide di rinnovare la propria presenza sul web. Noi di Noiza siamo stati incaricati di ridisegneare l’intero ecosistema di siti del gruppo. Così dopo la messa online del sito corporate, del blog (e di tanti altri ancora), nel 2019 ci siamo occupati di Officina Pittini per la Formazione.
In questo articolo illustriamo l’approccio adottato per lo sviluppo del sito, ripercorrendo il processo di redesign dell’elemento centrale del progetto: la pagina di un corso di formazione che potete vedere nella sua interezza qui.
Tra il 2015 e il 2019 le visite al sito “Officina Pittini per la Formazione” effettuate da telefono registrano un incremento del 30%.
Concluse queste doverose premesse, possiamo cominciare con il nostro redesign: via!
Sidebar
Per prima cosa vogliamo togliere un po’ di distrazioni, ovvero tutti quegli elementi “di contorno” rispetto al contenuto principale, e che potrebbero farci abbandonare la pagina. Cerchiamo di trattare la pagina del corso come fosse una landing page: autoconclusiva, in un certo senso indipendente dal resto del sito, focalizzata sull’iscrizione.
Possiamo quindi rimuovere tranquillamente la sidebar — da mobile in ogni caso non avrebbe senso mantenerla — che rimanda a tutte le altre categorie del catalogo corsi.
Per cominciare rimuoviamo la sidebar: riduciamo così le distrazioni e ci liberiamo di un elemento molto scomodo per lo sviluppo mobile del sito.
Titolo e immagine di apertura: benvenuti sul nostro corso!
Ora vogliamo mantenere l’enfasi del titolo liberandoci al tempo stesso delle lettere maiuscole e di quel box arancione che lo ingabbia: spostiamo il titolo sopra l’immagine.
Diamo più importanza alla foto: facciamole prendere l’intera larghezza del browser.
Spostiamo il titolo in pole-position. Facciamo occupare l’intera larghezza del browser alla foto.
Aggiungiamo un breve paragrafo introduttivo che sintetizzi in tre righe il contenuto del corso. Vogliamo aiutare l’utente a capire in pochi secondi se è proprio questo il corso che fa per lui.
La pagina conterrà numerose informazioni. Stimiamo che tra il titolo e il form di iscrizione al corso ci saranno circa 3000 pixel di distanza. Decidiamo quindi di inserire una call to action in apertura: questo tasto permette a tutti i visitatori, che per esempio hanno già visitato la pagina, di saltare direttamente al form di iscrizione.
L’apertura della pagina, così ridisegnata, è composta da: un titolo; un breve testo introduttivo che contestualizza il corso; una call to action che permette di saltare direttamente al form di preiscrizione; e una hero image.
Informazioni chiave: per l’utente che va di fretta
Ora vogliamo selezionare le informazioni chiave, solo le più importanti, ed evidenziarle. Vogliamo che il visitatore possa farsi un’idea del corso in un batter d’occhio. Durata, costo e scadenza per l’iscrizione ci sembrano tre ottime candidate.
Sovrapponiamo parte di questo box con l’immagine per farlo saltare fuori. Un po’ di ombra può aiutare.
Sovrapponiamo il box “informazioni chiave” con la hero image per farne risaltare il contenuto.
The long text e come strutturarlo
Ora è arrivato il momento di inserire un bel po’ di testo. Il nostro obiettivo? Facilitare la lettura al visitatore. Quello che dobbiamo evitare è di creare un blocco di testo uniforme e lunghissimo privo di qualsiasi àncora per gli occhi.
L’assenza della sidebar ci permette anche di ingrandire leggermente il testo e di allungare di qualche decina di pixel la lunghezza della linea cercando di non superare i 70–75 caratteri per riga. Per migliorare ulteriormente la leggibilità aumentiamo di qualche pixel anche l’interlinea.
Inseriamo i primi tre paragrafi accompagnati dai titoli: Prerequisiti, Destinatari, Costo e numero dei partecipanti.
Inseriamo i primi tre paragrafi di testo.
Prima di continuare un attimo di pausa. Dobbiamo inserire i “contenuti” del corso. Un elenco puntato con 11 voci ricche di sigle e informazioni specifiche: un contenuto molto denso e di difficile lettura.
Cerchiamo di accorpare alcune voci creando quattro sezioni accompagnate da frasi più discorsive e meno tecniche.
Ora sicuramente il testo è più fruibile, ma allo stesso tempo abbiamo rinunciato ad alcune informazioni. Per rendere nuovamente completa la sezione, aggiungiamo un tasto che permetta di scaricare il programma. Il tasto ha una funzione secondaria rispetto al nostro obiettivo primario, che rimane la preiscrizione al corso. Con questo in mente, andiamo a togliere un po’ di enfasi al tasto: rimuoviamo il riempimento e lasciamo solo il contorno.
Per ultima cosa, differenziamo questa sezione della pagina lavorando con il colore del background e dei testi.
Trasformiamo l’elenco puntato: accorpiamo le sue voci in quattro sezioni accompagnate da frasi più discorsive e meno tecniche.
Non solo testo, ma anche FAQ
Abbiamo inserito il testo, tanto testo. Eppure manca ancora qualcosa: il menù principale del sito di partenza, riporta la voce FAQ. Apriamo la pagina e troviamo un sacco di informazioni utili all’utente che vuole iscriversi al corso: decidiamo di inserire anche queste informazioni all’interno della pagina corso.
La pagina Faq del vecchio sito contiene preziose informazioni per l’utente. E non vogliamo assolutamente perderle.
In questo modo però stiamo creando della ridondanza: all’interno di ogni singola pagina corso avremo le stesse “domande frequenti”.
Ma i pro sono maggiori dei contro: le pagine dei corsi possono essere pensate come delle landing page.
Ogni corso potrebbe essere condiviso sui social e vivere di vita propria senza dipendere dal resto del sito. Ciò che a prima vista poteva sembrare una ridondanza è quindi un modo per fornire all’utente le informazioni complete del corso in un unico posto. In unica pagina. E minimizzare la navigazione interna è buon modo per abbattere lo sforzo cognitivo dell’utente.
È corretto farsi dubbi di questo tipo. Ricordiamo la centralità del comportamento dell’utente e del suo percorso, il cosiddetto user journey. Se volete approfondire la cosa vi consiglio questo nostro altro articolo.
Un’altra buona notizia: ora che le FAQ sono inserite all’interno del corso, possiamo rimuovere la voce FAQ dal menu.
Inseriamo le Faq all’interno della pagina del corso. La pagina comprende così tutte le informazioni utili per il visitatore.
Tagliamo il traguardo: il form di prescrizione
Siamo finalmente giunti alla sezione dedicata all’iscrizione al corso.
Il form della vecchia pagina Corso nascosto all’interno di un accordion.
Prima cosa: davvero non ci serve nascondere un form all’interno di un accordion. Anni fa, come abbiamo già detto all’inizio, c’era questa paura di avere delle pagine troppo lunghe. Ora invece scrolliamo. In media 100 metri al giorno. Ovvero l’altezza della Statua della Libertà. Adoriamo scrollare.
Il vecchio form è molto lungo, ma gran parte dello spazio è occupato da informative per la privacy e simili. La call to action principale “invia” non è molto evidente.
Tendenzialmente preferisco avere i campi input del form uno sotto l’altro. Sono più facili da scansionare per l’occhio dell’utente. Tuttavia alcuni campi come nome e cognome sono correlati tra loro e possono stare sulla stessa riga. Lo stesso per email e telefono. Il form così è più compatto e l’utente può visualizzarlo nella sua interezza.
Quello che invece trovo molto utile è definire la lunghezza dei campi-input in base alla lunghezza del testo che dovranno ospitare al loro interno. Un campo cognome sarà molto più lungo di un campo numero civico, ma più corto di un campo email.
È sicuramente un dettaglio, ma aiuta l’utente a compilare il form in modo più naturale.
Ridisegnamo i campi-input in base al contenuto che devono ospitare
Rimuoviamo tutti gli articoli sulla privacy. Ci basta inserire una breve riga di testo con un link alla pagina completa della privacy. In questo modo riusciamo ad avvicinare il tasto di iscrizione al form.
Rendiamo più evidente la call to action. Cambiamo il colore e la dimensione del font.
La call to action descrive appunto un’azione: sostituiamo il generico “invia” con un verbo più specifico e inerente: “preiscriviti”.
Rendiamo più visibile la call to action e sostituiamo il generico “invia” con “preiscriviti”
Conclusioni
Se volete visitare il sito di Officina pittini per la formazione fate click qui.
Qui invece trovate una delle pagine corso realizzate.
Qui invece il sito principale del gruppo Pittini.
Passione per i numeri e mentalità analitica perché dovrà gestire campagne di Facebook Ads (principalmente) e Google Ads
Trattandosi di Ads, deve saper valutarne l’impatto sia da pannello Adv ma anche e soprattutto su Analytics
Capacità intermedia in Excel
Capacità di scrivere report chiari e incisivi
Ottima conoscenza della lingua inglese
La retribuzione annua e la tipologia contrattuale saranno definite in base alla seniority del candidato.
Cerchiamo una persona che entri a far parte del nostro team che ha sede a Trieste, quindi al momento non cerchiamo freelance per collaborazioni da remoto.
Se hai voglia di confrontarti con progetti eterogenei e interessanti, e di entrare a far parte di un team coeso che fa un punto d’orgoglio della soddisfazione di tutti i propri clienti, allora inviaci il tuo CV a info@noiza.com
Preferiti è la rubrica di Noiza che raccoglie articoli, post, podcast, video e quant’altro che più ci hanno colpito nel campo del web design. Una rubrica pensata anche per chi non ha tempo di leggere o semplicemente vuole staccare un po’, senza per forza concentrarsi su un testo. Detto questo, partiamo:
Colore
Nei lavori di UI Design mi ritrovo spesso a lavorare con colori già definiti da un brandbook o più semplicemente da un logo. Quando devo costruire una palette colori per un sito quindi non mi serve inventarne di nuovi. Quello che mi serve è creare un ampio range di tonalità dei colori già esistenti. E per farlo Palettte è il tool perfetto.
Steve Schoger realizza questa palette partendo dal colore del brand (l’azzurro al centro). A sinistra arriviamo a un blu scuro (quasi nero) ottimo per le parti testuali. A destra invece otteniamo un azzurro molto chiaro (quasi un grigio) che ben si presta per gli sfondi.
A prima vista Palettte può risultare un po’ complicato, ma con questa breve guida risolvete la cosa in pochi minuti.
Potrebbe esservi utile però un ripasso sul metodo di composizione dei colori HSB. Con l’HSB possiamo definire un colore attraverso tre valori: tonalità (Hue), saturazione (Saturation) e luminosità (Brightness).
Se invece vi trovate nella situazione di dover partire da zero, senza nessun colore di riferimento, allora Adobe Color mi sembra essere la scelta più saggia. Qui potete costruire la vostra palette, ma non solo. Potete perdervi tra le innumerevoli palette di tendenza già pronte.
Per ispirarci ricordiamoci anche di Dribbble e della possibilità di filtrare i design per colore.
Design system
Ho da poco finito questo libro che è una pratica guida per creare e progettare un Design System.
L’autrice, Alla Kholmatova, ne sa davvero un sacco: questo è il design System progettato da lei per Future Learn.
Ma anche quello realizzato dal team di IBM è pazzesco.
Mockup e Prototipazione
Se siete a corto di immagini e dovete realizzare la pagina del team di un’azienda, utilizzate gli Joe Schmoes: una collezione di avatar illustrati da Jon&Jess da usare come placeholder per le immagini di profilo.
Scegliamo uno sfondo, un modello o un oggetto e creiamo una stock photo con la composizione che preferiamo grazie a Moose.
Humaaansinvece vi permette di mixare corpi, teste, pose e vestiti per creare le illustrazioni di personaggi perfette per il vostro design.
Quelli di App Design Tips, in questo video, vi suggeriscono i migliori plugin per Adobe Xd. Il mio preferito? Content generator!
Non siate brutte personas
(aka: Varie ed eventuali)
Una collezione di pattern in formato svg: ripetibili, customizzabili e pronti per l’uso.
Se volete aggiungere qualche extra tool alla vostra barra del browser, in questo articolo trovate le migliori estensioni di Chrome per i web designer.
WeLoveWebDesign è un account Instagram che giornalmente pubblica ottimi esempi di UI e UX design. E se volete mettervi in gioco, potete provare a inviare i vostri lavori.
Tutte le aziende amano Slack, e Noiza non fa eccezione. Il motivo? La possibilità di caricare un numero infinito di emoji custom con cui accompagnare ogni momento della vita lavorativa (anche qui: Noiza non fa eccezione!). Se non avete il tempo di farle in casa, qui trovate una gallery molto ricercata.
Sarà per il libro che ho scritto con Alessandra.
Sarà che sento di aver imparato un sacco di cose negli ultimi tempi.
Ma è un periodo che mi diverto parecchio a partecipare a convegni ed eventi in giro per l’Italia.
Di solito, sbagliando, non lascio traccia scritta di ciò che faccio come un articolo sul blog o qualche post su Facebook. Perché sono pigro e ho scarse velleità di fare del personal branding.
Per il BTO11 faccio un’eccezione.
E la faccio per il semplice motivo che non sono così soddisfatto del mio speech.
Ero in compagnia di due colleghe del calibro di Veronica Gentili e Alessandra Farabegoli, per una lunga cavalcata di un paio d’ore sulle migliori strategie online per il mondo dell’accoglienza turistica.
Grazie a Verner Ferrato per la foto 😉
Non sono soddisfatto perché ho costruito uno svolgimento un po’ troppo complesso, a volte macchinoso, che forse era ben chiaro nella mia testa, ma che a distanza di qualche giorno non così convinto di aver reso al meglio.
E devo per forza riprenderlo, altrimenti mi sento in colpa.
Il tema generale è Strategie di Facebook Ads.
E gli argomenti che ho descritto sono principalmente quattro:
Delivery
Target
Placement
Always On, Learning, Full Funnel
Facebook Advertising: la delivery
Sono completamente ossessionato dalla distribuzione.
Perché è un concetto difficilissimo da far passare sia agli imprenditori che ai marketer.
Se andiamo a prendere la torta del traffico di una destinazione turistica, di un hotel, di una grande travel agency italiana, siamo di fronte sempre alle stessa tipologia di acquisizione: l’ingresso da search (indifferente che sia paid o organic) supera SEMPRE il 60% del traffico complessivo, con punte addirittura dell’80%.
Più della metà del tuo traffico arriva sempre da motore di ricerca e da domanda consapevole. E il tuo baricentro marketing ha un solo obiettivo quando si parla di domanda diretta: dare la migliore risposta possibile.
Se io hotel calcolo quali siano le mie 10–20 domande di mercato principali, rispondo all’80% delle esigenze del mio traffico in una perfetta disposizione paretiana.
E il mio hotel si deve concentrare su quelle discipline che migliorano la risposta:
a) rendendo il sito dell’hotel più semplice da trovare (SEO)
b) rendendolo più chiaro e strategico (User Experience)
c) Rendendolo il più esaustivo possibile (Content Marketing)
Tutto chiaro, quasi banale. Ma cosa accade in un contesto in cui la domanda non è così esplicita? Perché, a meno che non si tratti di un puro local business (tipo buttare un occhio su Facebook alla pagina del ristorante dove voglio andare a mangiare), all’interno dei social network difficilmente sviluppo dinamiche di domanda diretta in ambito travel.
In uno spazio social come Facebook si fa ancora fatica a comprendere che l’intero baricentro, come vi mostra una normalissima pagina di insight, va spostato sulla distribuzione del contenuto: guarda l’enorme differenza tra la copertura effettiva, quante persone raggiungete, e quante di quelle persone poi vengono a curiosare e a domandarsi “chi sono questi?” sulla vostra fanpage.
E il problema si fa ancora più complicato, perché una volta appurata l’importanza della delivery, vi accorgete che state raggiungendo persone profondamente distratte dal loro frame quotidiano su Facebook: persone che si stanno facendo allegramente i fatti loro.
Ulteriore problema: il vettore di comunicazione deve declinarsi in base alla distanza geografica del vostro pubblico dal punto di conversione.
Target
Più il target è lontano dal prenotare una camera o dal visitare la vostra destinazione, più la vostra distribuzione sarà complessa: come si comunica a un pubblico di sconosciuti?
Più è vicino, più parliamo con un pubblico famigliare. Ed è proprio dal pubblico più vicino che dobbiamo partire perché l’unico target con cui abbiamo già familiarità.
Per esempio possiamo andare a scoprire su Audience Insights che caratteristiche ha. Oppure possiamo aprire le Analytics e scoprire quale il contenuto più cercato dalla domanda diretta, magari scopriamo che le statistiche del sito web di Discover Trieste dicono che uno dei contenuti più cercati è “la bora”, il magico vento di Trieste.
E trasformando il dato in informazione, andiamo a fare una costruzione editoriale proprio in linea con questo dato.
Per esempio, usando un video di un pazzo che con uno skateboard e un telo di plastica si fa spingere nel vento sul lungomare triestino.
Ma non basta.
Perché la domanda resta: a chi andiamo a distribuire questo contenuto?
Possiamo rivolgerci a un pubblico lavorando sugli interessi di Facebook per esempio sui “viaggiatori frequenti”.
Solo che Facebook ci dice «hey guarda che stiamo parlando di 27 milioni di persone» su 33milioni di italiani presenti su Facebook.
Oppure se ho un prodotto enogastronomico vado su pubblico “wine”, e anche lì ci troviamo di fronte a 14 milioni di persone.
Quanto vale questo target? Niente, perché è troppo indistinto.
Soluzioni:
O scegliere interessi specifici quindi “Bolgheri Sassicaia” e non “Wine”
Oppure, cosa che preferisco, cominciare lavorare su Audience Algoritmiche, ovvero le audience somiglianti, cioé create da Facebook a partire da una fonte affidabile.
Quindi il pubblico indistinto non esiste più.
Esiste solo un ultimo anello che è quello del tuo pubblico “somigliante” e non si oltrepassa mai quel confine nella targetizzazione.
Un’estremizzazione? Certo, ma ci aiuta concettualmente a definire dei confini numerici ben precisi, soprattutto se siamo strutture piccole che non dispongono di un gran budget per permettersi di raggiungere milioni di persone.
E un uso di una audience somigliante ci costringe anche ad attivare un mindset editoriale nuovo e diverso da prima: progetto un contenuto per avere una custom audience affidabile su cui poi generare una lookalike.
Ok e allora come dobbiamo costruirli questi contenuti?
Forse smettendola di creare i soliti video turistici patinati, emotivi, con un sacco di tramonti sullo sfondo e cominciare a lavorare sul #nofilter totale.
Ma non soltanto un #nofilter estetico, di facciata, no no qui parliamo di “verismo” della località turistica.
Possibile, citando l’amico Sergio Cagol, che nessuna destinazione turistica abbia raccontato il dramma della devastazione dei nostri boschi nel nord-italia? Possibile che si continui a fare delivery turistica con questo enorme elefante nella sala di cui nessuno sembra accorgersi?
Unica eccezione, non turistica, il Comune di Canazei:
Empatia ed empowerment, questi sono i social.
Esattamente come il frame scelto dalla cantina Fiegl per il video della vendemmia, che parte da un vero e proprio culo del contadino in bermuda e bretelle.
Il “verismo” social è diventato il mio paradigma dell’estetica turistica.
Il placement
No, sul placement c’è un lungo discorso da fare.
Troppo complesso, troppo tecnico e non adatto né a trattarlo qui né a buttarlo in mezzo alla platea del BTO11 senza approfondirlo come meritava.
Mea Culpa.
Always on, learning e full funnel
Qui il discorso è molto semplice: Facebook Ads funziona meglio se sei sempre “Always On” ovvero se sei SEMPRE in campagna.
Sembra paradossale, ma è quasi più importante seguire un obiettivo algoritmico che non un obiettivo aziendale.
In un modello precedente all’always on l’imprenditore ha una campagna da fare, magari su un particolare evento della destinazione turistica, quindi imposta l’obiettivo, sceglie un target e progetta l’inserzione:
Così:
Con l’always on, noi siamo sempre in campagna creando una struttura che rispecchi il proprio percorso di inserzione.
Quindi l’azienda, teoricamente, ha sempre aperta una campagna di copertura, o di traffico, o di interazione (ed eventualmente anche di conversione).
L’azienda sceglie poi dei gruppi di inserzione che siano il più stabili possibile e ruota gli annunci all’interno dei gruppi di inserzione.
Così:
E così:
Perché utilizziamo questo metodo?
Perché è più facile chiudere le fasi di apprendimento dell’algoritmo. Se teniamo i target stabili, Facebook ha il tempo necessario di “apprendere” tutto sul vostro target facendogli chiudere la fase di learning.
Un esempio? Beh se avete in corso una campagna di conversione, non importa quale conversione, Facebook ha bisogno che ogni gruppo di inserzione realizzi almeno 50 conversioni alla settimana per poter chiudere l’apprendimento.
Non fai 50 conversioni alla settimana? O cambi tipologia di conversione scegliendone una più leggera, oppure cambi obiettivo e da conversione passi a traffico.
Far procedere campagne che non apprendono, significa buttare via i soldi.
E cosa vuol dire Full Funnel?
Cominciamo a spiegare cosa non è full funnel: Instagram.
Ovunque io mi giri, “Instagram” è la parola più pronunciata da chiunque io incontri in azienda. Ma la cosa dev’essere ben chiara, Instagram non è ancora Full Funnel; lo sarà ovviamente, ma non lo è ancora. Questo significa che non è adatta a tutte le fasi del funnel soprattutto nella parte dedicata alla conversione.
Enorme strumento di awareness, enorme prodotto di primo touch point e spesso anche di consideration, ma da qui a diventare un importante strumento di last click to conversion, ce ne passa. Facebook invece è perfettamente full funnel, usiamolo.
La vignetta è volutamente esagerata ma il concetto è chiaro: nella homepage di una generica università, se non è stato fatto un buon lavoro strategico a monte, è molto probabile che l’unica cosa presente di effettivo interesse per il visitatore tipo sia il nome completo dell’università.
Ma cosa si intende precisamente con “Non siete il vostro pubblico”, reso meglio inglese con “You are not the user”? L’idea di fondo è che per le persone direttamente coinvolte in un progetto, servizio o azienda è molto difficile effettuare un salto cognitivo e mettersi nei panni dell’utente tipo per capire effettivamente di cosa ha bisogno. La diretta conseguenza è che spesso i siti, e in special modo le homepage, vengono disegnate avendo come riferimento principale la visione che l’azienda ha di se stessa.
Questo porta a design e scelte di organizzazione dei contenuti inefficienti.
Il conflitto è palese: da un lato c’è chi è profondamente coinvolto, conosce nel dettaglio i propri servizi/prodotti e i contenuti del proprio siti. Dall’altro c’è l’utente: l’atteggiamento, gli obiettivi, il tempo a disposizione e la soglia di attenzione sono ben diversi.
Fonte: Steve Mulder, “The User Is Always Right: A Practical Guide to Creating and Using Personas for the Web”
Per evitare che ciò accada è necessario un processo a più fasi ma che fondamentalmente preveda di conoscere i propri utenti, coinvolgerli nel design process e interagire con loro.
Perché non siete il vostro pubblico
Innanzitutto già l’essere coinvolti nella realizzazione di un sito web, a qualsiasi livello, vi rende atipici per definizione. Jakob Nielsen, uno dei padri fondatori dell’usabilità sul web, sostiene che è necessario pensare alla user experience nei confronti degli outsider e non degli insider (chi richiede lo sviluppo del sito o chi lo realizza concretamente). L’antidoto a questa conversazione tra due soggetti ugualmente coinvolti ma decisamente troppo dentro al progetto è coinvolgere gli utenti finali nel processo di design. A volte però il budget non è sufficiente. Il requisito minimo però è verificare che le proprie ipotesi sull’organizzazione e la presentazione dei contenuti siano poi corroborate da utenti reali, alle prese con necessità reali.
Un altro elemento molto rilevante è relativo all’alfabetizzazione digitale. Probabilmente anche tu che stai leggendo questo articolo hai delle competenze nell’uso del computer fuori dalla media. E di conseguenza abbiamo difficoltà a interpretare i processi di utilizzo di una pagina web da chi non solo non ha idea di come il web funzioni, ma vuole esclusivamente risolvere il suo problema e tornare a guardare il proprio feed di Instagram. O di TikTok.
Un esempio illuminante è quello di Google Buzz. Google che? Appunto. Prima di riprovarci con Google Plus, the Big G tentò nel 2010 di produrre una sorta di social network per contrastare l’avanzata di Facebook. Prima del lancio la piattaforma fu testata su ben 20mila utenti. Ma fu un fallimento. Come mai? Presto detto: i 20mila utenti erano tutti impiegati di Google.
Il problema della homepage
Durante la realizzazione di un nuovo sito web o di un redesign, una delle fasi maggiormente critiche è proprio il design della homepage. Se da un lato si può spingere sul fatto che l’homepage ormai non è più il punto di accesso principale, è anche vero che non è pensabile derubricare questa pagina a qualcosa di secondaria importanza, semplicemente svolge una funzione diversa rispetto al passato.
La ragione principale per questo approccio è che l’homepage non è che uno step nel percorso dell’utente e non la sua destinazione finale. Una metafora interessante, proposta dal team di Adobe XD, è quella dell’atrio di un hotel: ne è una parte essenziale, ci passano tutti gli ospiti. Ma nessun ospite viene in un albergo per stare nell’atrio. Allo stesso modo nessun visitatore di un sito web, se è alla ricerca di informazioni approfondite o di un prodotto specifico, ha come obiettivo quello di passare del tempo sulla homepage.
Esistono ovviamente situazioni particolari in cui questo non accade, ma nella maggior parte dei casi le esigenze di un’azienda in relazione alla propria homepage rientrano in questa visione non homepage-centrica.
Qualche proposta operativa
Chi sono i nostri visitatori?
Un primo passaggio è sicuramente quello di capire chi sono i nostri potenziali visitatori. Questo può essere fatto attraverso l’analisi di dati statistici di accesso, per esempio utilizzando Google Analytics nel caso di siti web già esistenti, o dall’analisi di mercato dei propri concorrenti nel caso di nuove realizzazioni. L’interpretazione dei dati grezzi non è banale e per questo molto spesso attraverso l’analisi di freddi valori si giunge all’identificazione di personas. Termine che proviene dal concetto di maschera del teatro greco antico, nell’ambito del marketing le personas sono delle figure inventate utili a rappresentare diverse categorie di utenti/visitatori/clienti.
Le personas sono elementi ricorrenti nel recente libro del nostro Enrico Marchetto assieme a Alessandra Farabegoli perché molto utili per definire le strategie di marketing in generale e, nel nostro caso, di marketing digitale.
Quindi, anche nella definizione della homepage, identificare i potenziali utilizzatori del nostro sito web diventa molto importante: ci mette in condizione di dare subito delle risposte alle domande o di facilitare i percorsi cognitivi, risolvendo con semplicità e immediatezza le richieste degli utenti.
In certi casi è molto semplice identificare rapidamente alcune categorie di utenti: nell’esempio iniziale dell’università possiamo immaginare due grandi categorie di utenti: studenti e insegnanti/staff. Poi, volendo approfondire, sarà possibile segmentare ulteriormente in sottocategorie o cluster più specifici. Ma già porsi la domanda: “cosa cercano gli studenti” e “cosa cercano gli insegnanti o i dipendenti” nella homepage dell’università è un primo passo nella direzione giusta che ci permette di identificare i comportamenti chiave dei nostri visitatori.
Quali sono i comportamenti chiave dei nostri visitatori?
Capire chi sono le nostre personas e definire i loro bisogni a livello macro, ci permette di ipotizzare dei percorsi utente o User Journey con cui modellare la nostra homepage.
Continuando con gli esempi a tema “educativo” molto interessante è il caso di TED Ed, side-project di TED.
L’homepage è semplicissima: si apre con una grande immagine e due call to action che identificano a loro volta due diversi percorsi da compiere a seconda delle proprie esigenze:
Sei uno studente? Clicca qui e scopri tutte le nostre lezioni.
Sei un insegnante? Clicca qui e scopri come creare delle lezioni o come portare TED Ed nella tua scuola.
Un approccio sicuramente minimale, probabilmente non applicabile in molte altre situazioni, ma di certo efficace e incentrato su target specifici (studenti / insegnanti) e sui loro relativi percorsi (imparare / insegnare).
Definire una gerarchia, sempre
Il vostro sito potrebbe avere diverse personas interessate. In TED Ed, l’abbiamo già detto, sono gli studenti e gli insegnanti.
Consideriamo ora Airbnb. Qui, in maniera piuttosto evidente, siamo anche in presenza di due target distinti: turisti interessati a un alloggio per vacanze o affittuari di breve periodo da un lato, proprietari di appartamenti/case/ville che vogliono affittare.
Tuttavia però aprendo l’homepage notiamo subito una cosa: il design è interamente incentrato sull’affittuario/turista. Un rimando al Journey dell’host è presente, ma è secondario, relegato a una piccola voce di menù.
Due i fattori in ballo in questo caso. In primis sicuramente lo sbilanciamento tra utenti “guest” rispetto a utenti “host”: 150milioni di guests contro meno di un milione di hosts.
Secondariamente la motivazione: il turista/affittuario è un utente “distratto”: se non trova subito quello che cerca passerà a un altro sistema di booking. Se non viene ammaliato dall’interfaccia allora probabilmente non si fiderà.
L’host è invece un utente “interessato”: per lui il sito è una possibilità concreta di guadagno o uno strumento di lavoro. Non lascerà mai il sito prima di aver portato a termine il suo compito.
Conclusioni
Abbiamo visto alcuni esempi di strategia, definizione di personas e identificazione di user journey. La combinazione di questi elementi ci porta a rivalutare gli obiettivi della homepage di un sito e a stabilire un processo orientato ai risultati.
In questo senso, assieme alle definizione degli obiettivi di una homepage, è necessario stabilire le metriche con cui verranno poi analizzati i comportamenti degli utenti stessi: qualsiasi attività venga svolta in fase di progettazione è sostanzialmente una serie di ipotesi. Queste ipotesi devono poi venire valutate alla luce dei dati reali di utilizzo. Ogni pubblico è particolare e non possiamo avere la presunzione di aver capito tutto a priori ma l’umiltà di rivedere le ipotesi e, se necessario, cambiare quello che non funziona.
Preferiti è la rubrica di Noiza che raccoglie articoli, post, podcast, video e quant’altro che più ci hanno colpito nel campo del web design. Una rubrica pensata anche per chi non ha tempo di leggere o semplicemente vuole staccare un po’, senza per forza concentrarsi su un testo: nella prima parte dell’articolo sono proposti solo giochi, interfacce interattive, web app e simili. In coda: link ad articoli e approfondimenti. Detto questo, partiamo:
Un giochino educativo in puro stile “Aguzzate la vista” della Settimana Enigmistica che mi ha salvato durante una lunga attesa alle poste: un modo divertente per capire le scelte dei designer e le motivazioni alla base di alcune soluzioni di User Experience.
Un podcast con Jen Simmons per fare il punto sul web nel 2019. Da ascoltare al mattino, mentre camminate verso l’ufficio.
Un libro da acquistare se alle volte pensate che il vostro web-design sia brutto, ma senza sapere bene perché.
Il canale youtube e l’account twitter di Steve Schoger, uno dei due autori del libro. Per convincervi che il libro vi interessa un sacco.
🔥 If you’re working with images that sometimes bleed into the background, try using a subtle inner shadow to create some distinction instead of a border.
Borders will often clash with the image, while most people will barely realize the shadow is even there. pic.twitter.com/4sq7SyVcQu
La rubrica dei dieci articoli, che per motivi di tempo saranno tre.
Un’approfondita analisi del ruolo delle icone nel web scaturita da una lamentela di una madre al proprio figlio: “Come scrivo una email? Questo tablet ha solo Gmail”.
Una riflessione sul ruolo del designer nel mondo, ovvero di essere un “elegant simplifier”.
Infine per il ciclo “oldie but goodie” un articolo del nostro Martino Stenta uscito su nientepopodimeno che Css-tricks.com lo scorso novembre.
La scena è un classico: un cliente chiede il redesign del sito. Si affronta il tema dell’homepage e dei tanti contenuti che deve veicolare. Puntualmente viene pronunciata la parola magica: slideshow!
Gli slideshow (o slider, o carousel etc) sono dappertutto. Molto spesso l’azienda li vuole perché ritiene di risolvere due problemi: come iniziare una homepage con un po’ di movimento e come presentare più contenuti in uno spazio ritenuto molto importante. Inoltre c’è un aspetto psicologico importante: “lo fa il mio concorrente”, “lo fa il brand di riferimento del settore”.
Purtroppo però la realtà è più complessa e in questo caso anche controintuitiva. Di conseguenza da qualche tempo qui a Noiza tendiamo a sconsigliare gli slideshow. E lo facciamo con una consistente letteratura a supporto.
Vediamo nel dettaglio quali sono i problemi principali che toccano la questione slideshow.
Blindspot / Banner blindness Numerosi test effettuati con sistemi di eye tracking mostrano che gli slideshow in generale ricevono poca attenzione da parte degli utenti. L’attenzione tende a spostarsi sul fatto che c’è uno slider e non sul contenuto effettivo. Inoltre gli utenti percepiscono gli slider come fossero dei banner pubblicitari e quindi tendono a considerarli come privi di contenuti reale ma solo dei veicoli promozionali.
Apatia o distrazione A livello psicologico e biologico il movimento stesso produce uno stimolo nell’utente che distrae dal contenuto. È una questione legata alla parte cerebrale più antica (quella che condividiamo con i rettili) in cui un movimento improvviso poteva significare una questione di sopravvivenza. Sembrerà strano ma questo impatta anche sui nostri slider.
Mancanza di controllo
Molto spesso gli slideshow sono automatici. In qualche caso no. Ci sono gli slider che si fermano nel caso in cui ci si fermi sopra col mouse. I controlli (precedente/successivo) sono posizionati sempre in maniera diversa. Possono esserci diverse combinazioni di navigazione.
Questa grande differenza tra possibili soluzioni e la mancanza di uno standard costringono l’utente a operare uno sforzo cognitivo per capire come interagire (o anche se è possibile) interagire con lo slideshow.
Attenzione divisa
Il passaggio da una slide all’altra costringe l’utente a rifocalizzare l’attenzione, magari subito dopo aver cercato di capire cosa c’era sulla slide precedente.
Finora le considerazioni sono di carattere psicologico, magari interessanti ma non per forza deal breaker. Vediamo un po’ di dati rilevanti per chiunque abbia a cuore il proprio business, sia esso informativo o di vendita.
Conversioni molto basse
A seconda degli studi presi in esame i dati cambiano leggermente. Ma sono tragici: in buona sostanza se ci sono dei click (ed è un grosso se) saranno tutti concentrati sulla prima slide. Le statistiche dicono che siamo sotto all’1% di click. Studi di A/B test sostengono che la presenza di uno slideshow riduce le conversioni, perlopiù in quanto inducono frustrazione nell’utente.
User Experience e SEO danneggiate
Le prestazioni di un sito possono peggiorare nel caso in cui, ad esempio, uno slideshow di 5 immagini full screen viene preferito a un’immagine sola. L’aumento dei tempi di caricamento va a danneggiare l’esperienza utente ma anche le performance nelle ricerche su Google.
In buona sostanza ci sono soluzioni migliori del vecchio caro slider per aprire una homepage di un sito e proporre i propri servizi o prodotti. Vediamone alcune.
Soluzioni alternative allo slideshow
Landing pages Anche in considerazione del fatto che l’ingresso dalla homepage non è più così rilevante come un tempo, una buona soluzione possono essere delle landing pages dedicate ai differenti segmenti del proprio pubblico. In questo modo è possibile fare quello che in gergo si definisce un reframe della propria offerta in base alle differenti personas (per approfondire sul concetto di personas ti consigliamo questo articolo).
Homepage con singola “hero image” e opportuno calendario editoriale
Probabilmente la soluzione più semplice ed efficace: creare una sezione di apertura del sito che sia accattivante e che abbia un focus specifico e calendarizzare una variazione della sezione su base settimanale/mensile. Tecnicamente semplice da realizzare, cosa che permette di ridurre i costi, e priva di tutti gli aspetti negativi dello slider.
Eliminare la “hero section” e partire direttamente con i contenuti Un’altra soluzione, più drastica ma non per questo meno efficace, consiste nel tagliare proprio la sezione di apertura e di aprire la pagina con i contenuti che normalmente starebbero sotto.
bradfrost.com/blog/post/carousels La posizione di Brad Frost, ideatore del concetto di Atomic Design, molto stimato nella scena dello sviluppo Front End.
Natale si avvicina e tutti vorrebbero ricevere in regalo, nell’ordine: un adorabile armadillo; Red Dead Redemption II; una console per giocarci; un tavolo da ping-pong per l’ufficio; un ufficio abbastanza grande da farci stare un tavolo da ping-pong. E così via.
Invece – come ogni Natale – riceveremo e soprattutto regaleremo dei libri. Tanti libri.
Cerchiamo almeno di regalare libri belli e utili per chi li riceverà!
Ecco il nostro contributo alla causa: abbiamo stilato una selezione dei libri che più abbiamo apprezzato a Noiza nel 2018. Libri principalmente legati al nostro lavoro, ma non solo. Libri da regalare a Natale a tutti gli amici marketer / web designer / grafici / social media manager che vi tediano a suon di like e inglesismi durante gli aperitivi.
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Smashing Book 6 New Frontiers in Web Design (39€) Per chi? Per l’amico che si occupa di sviluppo web e che vuole essere sul pezzo con gli ultimi trend di settore e preparato tecnicamente per applicarli nei propri progetti.
La più autorevole risorsa per il web design pubblica ogni due anni lo Smashing Book: una summa del meglio di oggi e di domani per lo sviluppo di progetti online.
Quest’anno siamo arrivati al sesto numero e all’interno troverete dei long-form article super approfonditi su come strutturare un design systems, sull’accessibilità nelle single-page apps, sui CSS Custom Properties e CSS Grid, sui service workers e i performance patterns, sull’AR/VR/XR, e molto altro ancora.
Se non vi occupate di sviluppo, questi termini sono per voi incomprensibili.
Ma per il vostro amico web designer sono il pane quotidiano.
Oltre a il contenuto eccezionale, la forma: la copertina in tessuto color blu notte con una stampa in lamina d’oro vi farà fare un figurone.
Il libro viene spedito in tutto il mondo senza spese aggiuntive.
Luisa Carrada fa l’editor e insegna scrittura. Ha inoltre curato per più di dieci anni il blog Il mestiere di scrivere, collezionando quasi 2000 post sul tema.
Per Zanichelli ha pubblicato una serie di libricini tutti in pendant che regalati in blocco sono davvero un bel vedere (attenzione però, l’amico potrebbe arricciare il naso).
Ma soprattutto: sono delle vere e proprie guide sulla pratica della scrittura quotidiana, ricche di esempi.
Siete convinti di sapere scrivere bene? Leggete i libri di Luisa Carrada e capirete che tutti abbiamo enormi margini di miglioramento.
E quando diciamo tutti, non parliamo solo di content manager di agenzie web o editor di testate online: chiunque usi le email per lavoro – dall’amministrativo al responsabile delle risorse umane – avrà un sacco di spunti per migliorare la propria capacità di esprimersi con la scrittura.
Vedrete che alla fine il vostro amico si trasformerà in un guru-minimalista-della-lingua-italiana.
Radical Candor (10€) Per chi? Da regalare al vostro capo. Sempre che ne abbiate il coraggio 😉
In questo libro, best seller del New York Times, Kim Scott (che oltre a scrivere è stata anche CEO di Dropbox e Twitter e ha lavorato per Google e Apple) fornisce un’onesta guida a tutti i boss sui fondamenti per gestire e guidare le persone nel loro lavoro. In altre parole, come essere un kick-ass boss senza perdere la propria umanità.
Grid systems in graphic design (46€) Per chi? Per l’amico web designer che apprezzerà sicuramente un pezzo da collezione dell’editoria scritto da una leggenda del design.
Questo librone rosso viene pubblicato nel 1981. L’autore è il grafico/designer Josef Müller-Brockmann (1914–1996) una delle figure più autorevoli della cosiddetta scuola svizzera.
Vi starete chiedendo: cosa c’entra con il web design un libro uscito a inizio ‘80?
Non esiste al mondo una guida migliore per affrontare una tematica attualissima nel web design: l’utilizzo delle griglie nella creazione di siti grazie a Css Grid.
Partiamo subito dicendo che questo libro è stato utile a Bill Gates: immaginiamo possa esserlo anche per voi!
Ray Dalio – l’autore – partendo dal suo appartamento di due stanze a Manhattan ha fondato Bridgewater Associates, la quinta private company degli USA nonché una delle maggiori hedge fund del mondo.
In Principles traccia una mappa precisa del processo decisionale di una persona che non ha mai lasciato nulla al caso, in grado di coniugare sorprendentemente il mondo dei valori con quello dei dati concreti.
“In un mondo sempre più veloce e metropolitano, tra cemento e smartphone, fermarsi a contemplare e praticare l’antica arte del legno può essere un’inattesa via di salvezza.”
Nonostante questo incipit così yogico, non temete: non state regalando un libro new age alla persona più hipster dell’ufficio.
Gli state regalando un manuale che gli insegnerà a capire qual è il momento migliore per abbattere un albero, con che strumenti farlo, con che tecniche andare a organizzare una catasta e come accendere un fuoco.
Ma al tempo stesso gli state regalando anche un trattato di antropologia, un racconto che mostra quanto siano complesse le cose semplici, una guida per sapere godere dei risultati del proprio lavoro.
Ps: non confondetelo con l’omonimo romanzo di Murakami.
12 regole per la vita è un viaggio sorprendente all’interno delle tradizioni umane, che unisce ambiti solo apparentemente molto distanti tra loro come antropologia, psicologia e scienza. E soprattutto, è un grande catalizzatore di discussioni per la pausa caffè.
L’autore, Jordan Peterson, psicologo clinico canadese, è considerato uno degli intellettuali più influenti degli ultimi anni. Se volete farvi un’idea più approfondita del personaggio, prima dell’acquisto del libro, su YouTube trovate il video di Peterson intervistato dalla giornalista Cathy Newman su Channel 4 News.
I vini più alla moda del momento non sono né i bianchi né rossi ma… arancioni!
I vini macerati – che in inglese vengono chiamati orange wines – negli ultimi anni sono infatti entrati come categoria a sé stante nelle liste vini delle enoteche e ristoranti di tutto il mondo.
Il libro del britannico Simon J Woolf – finanziato attraverso una campagna Kickstarter – ha uno stile narrativo apprezzabile anche a chi di vino ne sa poco e niente, ma darà un sacco di spunti di conversazione al vostro collega foodie.
Lo consigliamo anche perché parla tantissimo del nostro territorio, il Friuli Venezia Giulia, protagonista assoluto della (ri)nascita degli orange wines.
Ok, siamo di parte, ma siamo sinceri quando diciamo che consiglieremmo il libro scritto dal nostro Enrico Marchetto e Alessandra Farabegoli anche se non li avessimo mai conosciuti.
Perché? Per il modo con cui affrontano il marketing. Perché è un libro che non dà risposte, ma ti aiuta a farti le domande veramente importanti rispetto al tuo lavoro. Perché non si focalizza sui singoli elementi delle strategie, ma dà sempre una visione organica.
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